“A casa cu n’occhiu”, il carcere Borbonico ancora nella memoria siracusana. Storia, ricordi e prospettive.

 

All’inizio dell’800 a causa dei movimenti rivoluzionari che portarono un elevato aumento di casi di delinquenza territoriale, nacque l’idea da parte del governo Borbonico, di costruire nel territorio siracusano un carcere capace di ricevere un elevato flusso di detenuti.

Per la costruzione di questo carcere fu incaricato per primo l’ingegnere Alì intorno al 1827 e fu individuata la zona dell’attuale via Vittorio Veneto, in una zona in cui fino al 1693 esisteva il Castello di Casanova struttura che era adibita principalmente anch’essa a carcere ma che fu distrutta nel 1963 da un terremoto. Ma trascorsero oltre 26 anni prima che si desse inizio ai lavori, la spinta fu anche data dai moti del 1848 che indussero il governo Borbonico ad accelerare la sua costruzione. Infatti nel 1949 iniziarono i lavori su un nuovo progetto dell’ingegnere Luigi Spagna, che sulla falsa riga del progetto del suo predecessore ideò un carcere per l’epoca di concezione moderna con una pianta rettangolare esternamente ed ottagonale internamente. Il carcere a regime ospitava fino a 250 detenuti e fu aperto nel 1856. Internamente il carcere ebbe nel tempo delle modifiche strutturali causate più che altro dal variare dei governi e della concezione carceraria che passò progressivamente dal concetto punitivo a quello rieducativo e si dovettero trovare spazi necessari per adeguare le nuove filosofie carcerarie con gli spazi che il carcere permetteva, con risultati non sempre esaltanti.

Il carcere venne chiuso nel 1991 dopo il terremoto del 13 Dicembre del 1990 che lo rese inagibile, ma già negli ultimi anni era in totale abbandono e considerato un carcere di massima INSICUREZZA.

Questo carcere è ancora presente nella memoria di molti siracusani, ognuno col suo ricordo e le sue storie, un pezzo di memoria della nostra città. I dialoghi tra i carcerati in cella e i parenti nella strada che lo costeggiava, Santa Lucia che nella sua processione si fermava sempre a salutare i detenuti, e poi quel nome con cui tutti chiamavano quel carcere: “a casa cu n’occhiu”. Questo nome era dato da un OCCHIO scolpito nell’arco d’ingresso del carcere, quest’ occhio forse simboleggiava lo sguardo attento della giustizia, dato che per qualche anno dentro il carcere vi fu anche il tribunale oppure l’occhio dei detenuti che guarda ed aspira alla libertà, ma per i siracusani poco importava il suo significato, se qualcuno di propria conoscenza veniva incarcerato in quel luogo si diceva: “Su puttaru a casa cu n’occhiu” .

Oggi la struttura è in totale disuso e in abbandono. La proprietà è dell’ex Provincia di Siracusa (che tutto ciò che nel tempo ha toccato, ha anche portato a distruzione).  Tante le ipotesi su cosa fare di questa enorme struttura nel cuore di Ortigia, ma poi alla fine non si fa nulla e credo che o si svenderà a qualche riccone che ci farà un altro albergo lussuosissimo o si sbriciolerà in breve tempo, perché trovo difficilissimo un intervento pubblico per il suo recupero, in un Italia in cui crollano i ponti figuriamoci se si trovano i soldi per ristrutturare un gioiello di questo tipo e poi in quanti anni? Con quanto sperpero? Circuito e Teatro Verga docet.

E poi per farci cosa? Bella domanda, ma non mi impegno nemmeno a pensarci tanto questa è vera UTOPIA.

A. VALENTI